I fotografi professionisti devono essere maggiormente valorizzati

Pubblichiamo alcune riflessioni di Sergio Cravero, rappresentante provinciale dei Fotografi di Confartigianato Imprese Cuneo

 

Siamo dei fotografi professionisti, che vivono del proprio lavoro, pagano le spese, i mutui e soprattutto la tasse.

Molti di noi sono iscritti all’ordine dei pubblicisti, tanti ad altre associazioni professionali.

Da anni in città si organizzano splendide iniziative, ma per noi fotografi professionisti poter lavorare è diventato un vero e proprio “terno al lotto”, ed ottenere un accredito una strana competizione.

Tra di noi c’è chi ha fatto della fotografia di spettacolo una professione, chi copre quotidianamente gli avvenimenti della provincia, chi ha iniziato magari più recentemente, ma si muove con la stessa passione e deontologia professionale.

Eppure tutto ciò non conta nulla.

Buona parte di noi si vede costretta a “battagliare” per la richiesta di un accredito o ad entrare in gara, più o meno leale, con figure che con la fotografia professionale e “strutturata” hanno ben poco a che fare.

Professionisti validi e riconosciuti non possono lavorare mentre circoli, volontari, dopolavoristi e amatori hanno costantemente le porte aperte: tutti sotto i palchi o nei teatri a creare anche quelle difficolta che l’assembramento eccessivo comporta.

Inoltre, in questo momento in cui la fruibilità delle immagini è diventata, nel bene e nel male, facilitata dall’avvento dei social network, abbiamo bisogno di essere tutelati maggiormente sia durante la realizzazione dei servizi che nel post vendita.

È chiedere tropo una maggiore attenzione da parte degli organizzatori e degli uffici stampa?

Sappiamo bene quanto sia complicato distinguere fra le molte richieste di accredito, spesso millantanti fantomatiche illustri collaborazioni, ma si potrebbe e dovrebbe dare maggiore attenzione a professionisti che proprietari di attività fotografiche (partita iva) “campano” con questo lavoro.

Nessuno vuole limitare i numerosi fotoamatori, ma se poi gli stessi scambiano gratuitamente le loro immagini per un accredito o per una firma su uno qualsiasi dei numerosi blog italiani, ciò si chiama turbativa di mercato (in alcuni casi contro il disposto della Legge 10 ottobre 1990, n. 287, e del Codice Civile, articolo 2598, comma 3). Quando invece vorrebbero venderle senza partita iva, si chiama lavorare in nero.

Inoltre noi pensiamo che le iniziative culturali, piccole o grandi, sponsorizzate con denaro pubblico o meno, abbiano una loro valenza non solo perché contribuiscono allo sviluppo culturale ed economico di un territorio, ma anche perché possono dare un’opportunità di crescita alle realtà professionali (e sottolineiamo professionali) coinvolte.

Opportunità che costantemente con questo stato di fatto viene negata.

 

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